Quattro più tre fa sette

Sette sorelle si erano date appuntamento in una piazza di Milano.

La prima sorella, la più anziana, era già arrivata. Si chiamava Settembrina.

Il sole le scaldava un po’ troppo la testa. Provò a sciogliersi i capelli.

Ma anche così il caldo la irritava. Per l’occasione si era vestita di tutto punto: pettinata, truccata e profumata, tanto che non sembrava neanche lei.

La seconda sorella arrivò subito dopo.

Ermenegilda era il suo nome.

Correvano tre anni tra le due ma, nonostante il nome insolito e antiquato, Ermenegilda aveva un portamento molto grazioso. Sembrava una nobildonna di una volta. Portava un vestitino rosso a pois e i capelli raccolti sul capo. Unica nota stonata: un paio di occhiali color verde smeraldo, con due fondi di bicchiere come lenti.

Passarono cinque minuti durante i quali non si scambiarono nemmeno una parola.

Poco dopo, uscendo trafelata dalla metropolitana, arrivò Emidia.

Era la più giovane delle tre. Ma non la più giovane in assoluto. Diciamo mediana.

Atteggiamento giovanile, jeans sdruciti e una maglietta annodata sopra l’ombelico. Aveva un brutto neo sulla faccia che le rovinava il sorriso. Ma il corpo… era perfetto. Anche lei non aprì bocca. Diede uno sguardo fugace alle due sorelle maggiori e si sedette sul marciapiede.

Passarono almeno venti minuti. Settembrina sbuffava, Emidia aveva già fumato tre sigarette. Approfittando del caos cittadino, Ermenegilda sganciò una scorreggia. Un tassista fermo all’angolo si girò cercando di capire da dove provenisse l’osceno rumore.

Littorina arrivò in taxi. La più piccola, quasi una bambina. Scese con calma dalla macchina e attraversò la piazza correndo verso le tre sorelle maggiori. Disse ciao, poi prese il cellulare e cominciò a scrollare.

Le ultime tre stavano tardando. Il sole era sempre più caldo. Emidia tirò fuori un cappello da baseball, Ermenegilda un piccolo ombrello da sole.

Intanto, sull’insegna della farmacia, capeggiava il numero 42.

Le altre arrivarono dopo un’ora, tutte insieme. Venivano da lontano. Erano emigrate al nord. Mooolto al nord.

Eccole lì, con le loro valigie al traino, che si avvicinavano in parallelo sul grande marciapiede. Tutte vestite di nero: capelli neri, magliette nere, nessun sorriso. Tetre come accabadore sarde raggiunsero il quartetto.

Quattro più tre fa sette.

Con Eusebia, Selvaggia e Natalina erano al completo.

Si misero in cerchio e si guardarono. Una a una entrarono nel portone del palazzo in Piazza XX Settembre. Fuori, una targa diceva: “Notaio De Popolis – Atti e misfatti se la legge lo vuole”. Sotto, con un pennarello nero, qualcuno aveva scritto: settimo piano.

Salirono le scale una dietro l’altra. Un vecchio palazzo, con scale larghe e rotonde. L’eco dei passi risuonava. I respiri si fecero un po’ affannosi. Ermenegilda lo fece di nuovo. Questa volta un po’ più piano.

La porta era socchiusa.

Entrarono.

Il notaio De Popolis le aspettava. Sette sedie erano disposte a semicerchio, e sette cartelline verdi le aspettavano sulla scrivania, insieme a sette penne.

«Ecco i vostri documenti, signorine!»

Ognuna di loro aprì la propria scheda. Due fogli ciascuna.

«La registrazione all’anagrafe è un mio compito. Voi dovete solo firmare, se siete d’accordo. Leggete bene i vostri nomi nuovi.»

De Popolis le guardava con un troncone di sigaro spento in bocca e un basco alla francese sul capo.

Ermenegilda sorrise e firmò. Le altre, una a una, fecero lo stesso.

Quindi si ritirarono dall’ufficio. Scesero le scale di corsa, ridendo e scherzando, e una volta entrate in strada decisero di andare tutte in pizzeria a festeggiare.

Una volta sedute al tavolo, e solo dopo aver ordinato le pizze, si sentì una bella scorreggia.

«Luana!» disse Maria Luisa. «Devi finalmente fare qualcosa per questo meteorismo.»